A Siena la pittura assume caratteristiche del tutto singolari, allontanandosi dalle soluzioni grottesche, più inclini verso un realismo che a breve contagerà l'intera arte italiana del Trecento. Le forti personalità sorte sul suolo senese daranno vita ad un linguaggio artistico nuovo ed originale, che senza discostarsi troppo dalla tradizione, si avvicina maggiormente al gotico transalpino.
I volumi di spazio e gli elementi sensibili cederanno il passo ad una maggiore attenzione per il ritmo, le linee ed il cromatismo, elementi propri della pittura bizantina e gotica.
DUCCIO DI BUONINSEGNA
E' il primo grande pittore nato in terra di Siena, del quale non si conosce con precisione la data di nascita, ma la sua attività è documentata in un periodo compreso fra il 1278 e il 1296.
La prima opera in cui si manifestano chiaramente la cultura e la maestria dell'artista è la Madonna Rucellai, opera firmata eseguita nel 1285 per la chiesa di Santa Maria Novella. Il dipinto testimonia un momento di passaggio, fra la diretta derivazione dell'influsso esercitato dal Cimabue (al quale il dipinto era stato erroneamente attribuito), ed elementi più personali propri dell'arte di Duccio e di una cultura bizantina filtrata dagli elementi del gotico.
Tappa intermedia nel percorso della sua completa maturazione è la "Madonna dei Francescani", visibile nell'Accademia di Siena, con elementi decorativi preziosi e ricercati, ma anche con un più preciso plasticismo e uno spiccato senso della profondità, segno di una maggiore attenzione all'arte del più giovane, ma già conosciutissimo Giotto.
Il capolavoro che segna il culmine della sua maturità artistica ed espressiva è la grandiosa "Pala della Maestà", eseguita fra il 1308 e il 1311 per l'altare maggiore del Duomo di Siena. Il dipinto monumentale si trova oggi esposto al Museo dell'Opera del Duomo, reca sulla facciata l'immagine della "Madonna in trono con il Bambino", al centro fra due schiere compatte di angeli e santi in adorazione. Oltre la parte frontale la pala era composta da una parte posteriore, divisa in ventisei scomparti, di una predella, con "Storie dell'Infanzia di Cristo" e un totale di sedici pannelli con "Episodi della vita della Madonna" e del "Cristo risorto". Oltre la parte principale, moltissimi fra gli altri pannelli sono stati smembrati e disseminati in musei e collezione straniere.
Nel grande pannello centrale appare in tutta la sua evidenza l'incontro fra le due culture, quella gotica e quella bizantina, soprattutto nella profusione dell'oro, nell'esaltazione del colore e nel ritmo delle linee.
L'arte di Duccio si esprime in tutta la sua forza nella delicata modellazione delle forme, nella gradazione dei colori, nella grandiosa ed imponente composizione del gruppo centrale, nella cura della decorazione degli ornamenti, delle vesti e delle figure. In particolare le figure che compongono la schiera adorante, pur nella loro composizione schematica, assumono un aspetto vivace e fortemente espressivo, raggiungendo pienamente l'obiettivo di dare al dipinto la duplice impressione di ordine e varietà, grandiosità e minuzia, festoso e solenne al tempo stesso.
Colpisce sia la visione d'insieme, sia la cura nel particolare.
La particolarità di Duccio nel panorama artistico nazionale consiste nel suo modo di accogliere le novità formali introdotte da Giotto, non come fondamento della sua arte, ma come arricchimento nell'ambito del suo ideale linguaggio fatto di armonia formale e accordo di colori e linee.
SIMONE MARTINI
Forse seguace di Duccio di Buoninsegna, Simone Martini è il secondo grande rappresentante della pittura senese del Trecento. Nato a Siena nel 1284, egli inizia probabilmente la sua attività sotto gli influssi dell'arte del grande maestro, pur mostrando molto presto un linguaggio artistico molto originale. Uno degli elementi che li accomuna maggiormente è la comune tendenza allo spirito d'astrazione, caratteristica che pone in netto contrasto i pittori della scuola senese con i maggiori rappresentanti della coeva pittura fiorentina.
Come ogni altro artista della sua epoca Simone Martini subì l'influsso della personalità di Giotto, ma interpretando le sue soluzioni formali in chiave diversa. Simone Martini si pone come sommo interprete della società aristocratica, della ricchezza e dell'eleganza, scoprendo una nuova fonte di ispirazione, la poesia lirica e cortese, che lo porterà a ricreare non tanto la sostanza delle cose, quanto la loro apparenza.
I suoi personaggi, i loro costumi, le decorazioni e gli sfondi, le forme e le figure che rappresenta sono lo specchio della società del suo tempo, per una pittura che si presta meglio di ogni altra a rappresentare la vita delle splendide Corti profane dell'epoca.
La prima opera che certamente gli appartiene è la "Maestà", affrescata sulla grande parete della Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena nel 1315.
Nel dipinto sembrano ormai lontani gli insegnamenti duccieschi, e parzialmente accolti i criteri di distribuzione spaziale di Giotto, anche se la caratteristica prevalente consiste nell'ispirazione schiettamente gotica, di cui Simone assimila completamente le forme e il carattere essenzialmente profano.
Nell'affresco, la dimensione spaziale e la tridimensionalità passano del tutto in secondo piano, lasciando il campo alla levità delle forme e dei colori, la leggerezza, componendo una visione lirica astraente e ricercata. Le rappresentazioni sacre di Simone Martini somigliano a sfarzose scene di corte, dove ogni santo appare come un cavaliere e ogni santa una gentildonna, dimostrandosi il meno evangelico fra i pittori del Trecento.
Di fronte alla "Maestà" Simone Martini dipinge uno dei suoi più celebri capolavori, l'affresco in cui ritrae "Guidoriccio da Fogliano" nell'atto di sottomettere i castelli del contado senese. In questo caso la natura tutta laica del soggetto consentono all'artista di sprigionare interamente la sua vena profana, realizzando una composizione ampia e solenne, grandiosa e monumentale. Destriero e cavaliere sono riccamente drappeggiati dallo stesso vivace drappo, campeggiando eroicamente lungo uno sfondo paesaggistico deserto, dominando silenziosamente i castelli e le torri che sbucano all'orizzonte.
Altrettanto celebre è la composizione realizzata per la Cappella di Sant'Ansano del Duomo di Siena, in collaborazione con Filippo Memmi, l'"Annunciazione", realizzata nel 1333.
La composizione dell'immagine è molto ricercata, anche se gli unici elementi presenti sono l'Angelo, nell'atto di mostrare il ramo d'ulivo, e la Vergine, colta in un atteggiamento scontroso e modesto, avvolta da un manto che si espande in continue volute e pieghe.
I LORENZETTI
Fra i grandi artisti della prima metà del Trecento senese, Pietro e Ambrogio Lorenzetti si distinguono per una maggiore adesione ai canoni formali e al linguaggio moderno di Giotto, riuscendo ad integrarlo al meglio con le esigenze ed il gusto della tradizione locale.
Proprio per tale motivo, fra Duccio di Buoninsegna e Simone Martini, entrambi protesi verso una pittura gotica, i Lorenzetti, con il loro linguaggio tutto italiano e di maggiore attualità, vanno considerati i veri iniziatori della scuola pittorica senese che manterrà caratteri originali per oltre due secoli, mantenendo una sostanziale autonomia e un deciso segno distintivo nei confronti della scuola fiorentina.
Pietro Lorenzetti
Di poco più anziano del fratello Ambrogio, Pietro Lorenzetti muove i suoi primi passi nell'ambito della bottega di Duccio di Buoninsegna, giungendo presto a forme più vigorose, nella ricerca di un vivo effetto drammatico nella composizione, avvalendosi spesso di forti richiami alla pittura di Giotto.
Nelle sue opere Pietro impiega pochi colori e dalle basse tonalità, tendente a volte al monocromato, esprimendo un personalissimo mondo poetico inserito in una dimensione grave e solenne, nel quale vengono rappresentate figure dai corpi solidi e compatti, quasi squadrati, dall'espressione particolarmente intensa. La sua visione disegna volti energici, sobri e sintetici, ma di grande intensità formale ed espressiva.
Pietro Lorenzetti svolge prevalentemente la sua attività fuori dalle mura di Siena. Fu di passaggio ad Assisi, Arezzo e Firenze, come testimonia la "Pala della Beata Umiltà" (attualmente alla Galleria degli Uffizi).
La sua prima opera di cui si conosce con certezza la data è il "Polittico" della Pieve di Arezzo, datato 1320, mentre intorno agli anni 1326-1329 torna nuovamente ad Assisi, per affrescare con alcune "Storie della Passione" il braccio sinistro del transetto nella Basilica Inferiore. Sempre nella Basilica Inferiore Pietro Lorenzetti dipinge un altro suo capolavoro, la "Madonna con Bambino tra i Santi Francesco e Giovanni Evangelista", una pala d'altare inserita in una cappella nel transetto sinistro.
Al periodo senese appartiene la "Pala dei Carmelitani", realizzata nel 1329 per la Chiesa del Carmine. Il soggetto raffigurato è la "Madonna in Trono con Angeli e Santi dell'Ordine", una composizione semplice ma dal grande effetto monumentale. Nella predella contenente le "Storie Carmelitane", si nota un particolare studio nelle inquadrature e nell'ambientazione degli episodi, posti entro studiati scorci paesaggistici e corrette prospettive architettoniche.
Tale attenzione per la prospettiva, torna nell'"Annunciazione", esposta nella Pinacoteca di Siena, dove le linee convergenti del pavimento lasciano presumere un ideale punto di fuga.
L'influenza dell'arte più libera e fantasiosa del fratello Ambrogio si scorge in un dipinto firmato e datato 1342, il "Trittico della Natività della Vergine", eseguito da Pietro per l'Altare di San Savino del Duomo di Siena, oggi nel Museo dell'Opera del Duomo. L'opera si caratterizza per il diverso uso del colore, una maggiore varietà ed intensità e la ricerca di un linguaggio meno formale ma più popolare e corrente.
Ambrogio Lorenzetti
Anche Ambrogio svolge la sua attività prevalentemente fuori di Siena, ma al contrario del fratello subisce se non in minima parte l'influenza grottesca e si distanzia ben presto dai canoni della pittura senese.
Il suo stile assume fin da subito una vena molto personale ed originale, piena di inventiva e varietà narrativa. Tale atteggiamento è particolarmente evidente nelle opere giovanili, come la "Madonna con Bambino", datata 1319, ma ancora di più nella "Madonna del Latte", visibile a Siena presso il Pontificio Seminario Regionale Pio XII, dove il pittore fornisce una personalissima rivisitazione di un tema prettamente bizantino molto sfruttato nel Trecento.
Questo dipinto, in cui la Vergine è colta nell'atto di allattare il Bambino, mostra pienamente la tendenza di Ambrogio di rielaborare i motivi iconografici tradizionali in forme nuove e fantasiose, nei più vari e complessi atteggiamenti sentimentali.
Tra il 1326 e il 1331 per il Chiostro e il Capitolo del Convento di San Francesco di Siena Ambrogio dipinge, insieme al fratello Pietro un ciclo di affreschi illustranti le "Storie dell'Ordine Francescano", mettendo mano personalmente a due delle scene, "San Ludovico di Tolosa che pronuncia i voti" e il "Martirio dei Francescani a Ceuta". Il tema sacro dei dipinti è interpretato da Ambrogio in chiave festosa e vivace, in un ambiente ricco di particolari esotici e dalla spiccata varietà di movimento.
Dopo una serie di lavori svolti sia fuori, sia nella città di Siena, il Comune affida ad Ambrogio l'incarico di affrescare tre pareti della Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena, illustrando con motivi allegorici gli "Effetti del Buono e del Cattivo Governo".
L'ampio ciclo venne realizzato probabilmente intorno agli anni 1337-1339 ed è certamente la sua opera più riuscita, il suo capolavoro.
Gli affreschi dipinti nella parete in cui si illustravano gli "Effetti del Cattivo Governo" sono quasi completamente guasti (molto rovinata è anche la "Maestà", dipinta nella loggia dello stesso Palazzo Pubblico nel 1340), ma per il resto Ambrogio dimostra di aver felicemente trasposto il tema all'interno del suo personale mondo poetico.
Nelle personificazioni del Bene Comune, delle Virtù Politiche, dei Ventiquattro Consiglieri, della Concordia, della Giustizia e della Saggezza, Ambrogio Lorenzetti infonde un profondo sentimento vitale, un vero e proprio carattere morale, attraverso l'espressione dei volti e l'atteggiamento, particolarmente evidente nella figura della Pace, distesa e rilassata, immersa in una candida veste priva di ombre.
Più libera e spontanea si estende la vena narrativa di Ambrogio nella raffigurazione degli "Effetti del Buon Governo", nella parete attigua, ricreando il contesto ambientale della città e del contado senese, dominato da ordine e serenità, composto da piacevoli episodi che hanno per protagonisti graziose donzelle ed eleganti cavalieri, contadini che si recano al mercato o che lavorano nei campi.
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